C’è una luce che non si spegne mai
Morrissey, tra ciò che passa e ciò che resta
Steven Patrick Morrissey – detto Moz – il 9 marzo è stato a Milano in concerto. E pensavo che, se fossi in un momento meno complesso di quello attuale, mi sarebbe piaciuto esserci (non mi è mai capitato finora), anche se la location non l’ho mai amata molto: per chi è “piccolo” di statura come me, non facilita la visione e si sta solo in piedi.
Per ovviare a questo appuntamento mancato, mi sono guardata alcuni video su YouTube. Tra questi c’era anche il gran finale: There Is a Light That Never Goes Out. Risuona attuale come sempre, una canzone che non invecchia, che cambia con noi, che illumina zone diverse della vita ogni volta che la riascolti.
Sono quindi tornata a sfogliare anche un libro a cura di Paul A. Woods che acquistai nel 2007, durante il Master in giornalismo e critica musicale: L’importanza di essere Morrissey. Ora ha le pagine un po’ gonfie perché nel 2019 finì in acqua durante una disavventura domestica, ma resta uno di quei libri che portano con sé un pezzo di strada. Mi sono accorta che certe luci restano accese anche quando cambiano le stanze della nostra vita. Il libro non parla nello specifico di questa canzone, ma raccoglie ventotto conversazioni con il leader degli Smiths che raccontano bene l’universo da cui nasce anche questo brano: le ossessioni, le ombre, la fragilità che rende There Is a Light That Never Goes Out così riconoscibile.
È una canzone che parla di fuga e di appartenenza. Non la fuga rumorosa, ma quella silenziosa: quando “casa” non è strettamente un luogo fisico ma un luogo dell’anima, una sensazione che manca. E allora basta una macchina, una strada qualunque, una persona accanto, per sentirsi per un attimo nel posto giusto.
Nel demo originale Morrissey canta “there’s a light in your eyes… never goes out”: la luce è negli occhi dell’altro, non in un altrove astratto. È quella luce che illumina un mondo altrimenti buio, che rende sopportabile perfino l’idea di morire metaforicamente lì, in quell’istante perfetto.
C’è dentro anche l’eco di James Dean, della gioventù inquieta, di chi non si sente mai davvero a casa da nessuna parte. Ma soprattutto c’è quella cosa che le grandi canzoni sanno fare: trasformare un momento minuscolo in un luogo in cui tornare per anni.
La riflessione finale che mi viene è che non è un caso che sia diventata una delle canzoni più amate degli Smiths (e anche da me): parla a chiunque abbia cercato un posto in cui sentirsi visto.
Dopo aver raccontato delle Storie dietro le canzoni, questo post, dedicato alla musica che diventa immagine e l’immagine che diventa racconto, è protagonista anche di un nuovo episodio di On AIr, dove i due assistenti parlano di luce, memoria e canzoni che sembrano scene di un film. Un piccolo preludio alla notte degli Oscar.
Mi raccomando, non mancate e... se vi va, lasciatemi un commento qui sotto. Grazie!
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