L'Eclissi del Glamour sul red carpet
E la luce di Sentimental Value
La cosa che mi è rimasta addosso, più di tutto, è che Sentimental Value è stato l’unico premio a suonare, per me, davvero centrato. E lo dico pur non avendo ancora visto il film: a volte basta il contesto per capire cosa risuona e cosa no. Non perché gli altri fossero sbagliati, ma perché in una notte così spenta e trattenuta, è stato l’unico titolo a portare un valore emotivo a una cerimonia che ha messo da parte, per una volta, paillettes e lustrini, scegliendo — per rispetto del momento storico — una sobrietà quasi eccessiva. Il glamour si è decisamente fatto da parte quest’anno.
L’assenza più evidente è stata quella della musica. Nessuna esibizione da ricordare, nessun momento capace di accendere davvero la sala. Golden, da KPop Demon Hunters, oltre a essere distante dai miei ascolti, è risultata una performance levigata e brillante nel suo genere, ma senza peso specifico. Senza rischio. Senza quella vibrazione che fa davvero venire la pelle d’oca. Più un intermezzo che un cuore pulsante, una percezione confermata anche dalle recensioni: di KPop Demon Hunters si parla come di un fenomeno pop brillante, energico, tecnicamente impeccabile, ma più vicino all’intrattenimento levigato che a un vero momento emotivo.
E sicuramente tutto questo non è un caso. In una notte attraversata da appelli contro la guerra e da un mondo che brucia fuori dal Dolby Theatre, la cerimonia — che aveva persino rischiato di saltare — è arrivata a un compromesso. Come se lo spettacolo, con la sua consueta leggerezza, per una volta non fosse la cosa più urgente. Un silenzio non solenne, più che altro prudente, trattenuto, che non voleva attirare l’attenzione. Tanto che, per la prima volta in anni di diretta, mi sono addormentata proprio sul momento musicale centrale.
Le uniche due scintille sono arrivate subito, nella prima parte, dal momento In Memoriam, con la carrellata di nomi e volti di protagonisti che ci hanno lasciato (tra cui Claudia Cardinale e Giorgio Armani), e dalla presenza in scena di Barbra Streisand. Una voce spezzata, che non è più quella di una volta, ma proprio per questo è autenticamente vera. Ha parlato e poi cantato The Way We Were per Redford rivolgendosi a lui come si fa con qualcuno che si è amato davvero. È stato l’unico istante in cui la sala si è davvero commossa, lasciandosi andare a un momento di verità, non di spettacolo.
Che dire delle altre vittorie? Giuste e rispettabili, anche se a mio avviso non rivelatrici, a partire dal Miglior Film. Una battaglia dopo l’altra, ad esempio, che si è aggiudicato in totale sei statuette, è una narrazione che lavora sulle relazioni, sulle ferite, sui silenzi. La statuetta come Miglior Attore Non Protagonista assegnata a Sean Penn — che non si è presentato — è in profonda coerenza con il tono della serata, così come il premio alla carriera al regista Paul Thomas Anderson. La vittoria del film, però, non era solo prevedibile, ma quasi scontata.
Tra le presenze femminili della serata, quella che mi ha colpita di più è stata Jessie Buckley, premiata come Miglior Attrice Protagonista in Hamnet, e reputo meritevoli anche i riconoscimenti ricevuti da I peccatori (Sinners), che di statuette ne ha vinte quattro, tra cui quella per la colonna sonora: quel blues dal suono “sporco” che ha aperto la cerimonia è stato uno dei pochi momenti davvero vivi. E poi, lo dico con la tifoseria di una fan: speravo che Nick Cave, con il brano Train Dreams realizzato assieme a Bryce Dessner, chitarrista dei National, per il film omonimo diretto da Clint Bentley, potesse vincere nella categoria della Miglior Canzone Originale — più che altro per il desiderio di sentirlo esibirsi dal vivo. In una notte così spenta, la sua sarebbe stata una presenza solenne.
E allora perché Sentimental Value è, a parer mio, l’unico premio che non stona? Perché porta dentro la serata sentimenti, intimità, fragilità. Un valore umano, non spettacolare. È un film che orienta il racconto su ciò che resta quando tutto il resto si ritira. E questa è stata proprio una notte di ritirate: della musica, del ritmo, dell’intrattenimento. Una notte che si capisce solo guardando ciò che manca. E forse anche per questo il suo premio come Miglior Film Internazionale è sembrato, per me, l’unico davvero centrato.
Questa novantaseiesima edizione si è chiusa, appuntamento al prossimo anno. Chissà se a presentarla, come ha ironizzato Conan O’Brien, sarà davvero un robot — e visto come sono andati veloci, forse non se ne accorgerebbe nessuno.
E voi cosa ne pensate?
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