Empatia dallo spazio: il cuore di Project Hail Mary

Grace e Rocky filmframe dalla pagina facebook Project Hail Mary
Filmframe dalla pagina facebook Project Hail Mary

Oltre il genere fantascientifico

Ho visto L'Ultima Missione: Project Hail Mary su Prime Video, l’adattamento del romanzo di Andy Weir del 2021. Non ho fatto in tempo a leggerlo - la copia in biblioteca aveva una coda interminabile - ma forse è stato meglio così: ho potuto guardare il film senza aspettative, lasciando che fosse lui a sorprendermi. La visione domestica, certo, toglie qualcosa all’impatto visivo: è un film che avrebbe beneficiato del grande schermo, della profondità del nero, del silenzio della sala. Eppure funziona. Perché non è la solita fantascienza che punta tutto sull’estetica o sulla tensione o gli effetti speciali. Qui la regia sceglie un tono più intimo, quasi da diario di bordo, e lascia che siano i personaggi a reggere la struttura.
Durante la visione ho riso e mi sono commossa, e per un attimo mi è tornato in mente quell’E.T. del 1982 che vidi al cinema Odeon di Milano con mia mamma. Ricordo che all’epoca era più commossa lei di me (anche se negava che gli occhiali si fossero appannati per questo motivo).

Tornando a Project Hail Mary, Ryan Gosling conferma una versatilità che ormai è una certezza: entra nel ruolo del professor Grace con una naturalezza che evita ogni compiacimento. Il suo protagonista è fragile, ironico, disorientato, e proprio per questo credibile. E Rocky - l’Eridiano - è una delle scelte più riuscite del film: non è solo un “alieno ben fatto”, è un personaggio costruito con cura, con una logica interna coerente, con una presenza che sorprende, diverte e commuove. La sceneggiatura mantiene la sottotraccia del romanzo con un finale che non segue le regole del genere, una storia che parla di cooperazione interspecie senza retorica, e che ricorda che la fantascienza può essere un laboratorio di empatia prima ancora che di tecnologia.

Il 2026 sembra essere l’anno in cui la fantascienza torna a parlarci di alleanze, di fiducia, di ciò che può nascere quando due mondi decidono di non temersi. E forse è proprio questo il punto: non quanto lontano possiamo andare nello spazio, ma quanto siamo disposti ad ascoltare ciò che troviamo anche vicino a noi. E allora mi chiedo (e vi chiedo): saremmo pronti a tornare a riconoscere l’empatia anche quando arriva da un luogo che non avevamo previsto?

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