Oltre la copertina, dentro la verità

Storia autentica di una firma che non si lascia incorniciare

Non ho mai pensato di essere unica o speciale. Ma non lascio nemmeno a chi non mi conosce la facoltà di giudicarmi o di pretendere che io sia ciò che non voglio essere. Ho studiato per costruirmi, con pazienza, un posto solido e dignitoso nel mondo editoriale - un lavoro che per oltre 25 anni è stato anche gratificante. Prima ho assistito, filtrato, accompagnato. Poi ho iniziato a curare, calibrare, firmare parole e decisioni. Non è stato un salto improvviso ma un percorso evolutivo coerente. E oggi, questa è la mia voce. Non ci campo a cuor leggero, ma non smetto nemmeno di crederci. Perché è ciò che so fare, e ciò che scelgo di fare. Eppure, in certi ambienti della scrittura professionale, tutto questo non basta. Ho capito che il riconoscimento non arriva solo per competenza o per esperienza, ma anche per appartenenza. E chi, come me, ha seguito un percorso etico e lineare, spesso si ritrova ai margini - non per mancanza di valore, ma per mancanza di alleanza.

La mia posizione

Ho studiato le tecniche aziendali e approfondito le lingue in 8 anni, (ho iniziato dalle medie a studiarne due) ho ottenuto un altro diploma dopo un master in giornalismo e critica musicale. Dal 2007 fino al 2021 circa ho curato un sito che, in realtà, era una webzine digitale. In autonomia e a mie spese, ho realizzato tre numeri monografici cartacei e un paio di speciali - di cui vi racconterò presto, in un altro post. Dal 2021, firmo articoli per un magazine cartaceo di marketing, pubblicità e comunicazione. Non sono solo una firma sopra un testo. Costruisco linee e percorsi narrativi per raccontare le realtà dei clienti, cedo i diritti d’autore e in cambio, vengo retribuita. E, prima di tutto, amo quello che faccio. Collaboro anche con una rivista musicale, occupandomi di recensioni di album, news, articoli vari. Scrivo per mestiere e per passione, in pratica, mai per favore. La mia firma è attiva, operativa e sempre responsabile. 

Una riflessione civile

Nel mondo della scrittura professionale, il confine tra “firma” e “titolo” con il tempo si è sempre più sfumato. Molti si definiscono giornalisti per il solo fatto di scrivere su siti o blog, senza formazione né verifica. Altri vengono agevolati da dinamiche interne, pubblicati non per competenza ma per appartenenza. Tutto questo svuota di senso una professione che dovrebbe essere fondata su etica, metodo e responsabilità. La scrittura non è solo esposizione: è costruzione, misura, è presenza. Chi ha studiato, firmato, calibrato - anche senza avere un tesserino - merita riconoscimento. Non per vanità, ma per dignità professionale. Prendere posizione al giorno d’oggi, è importante e non è sinonimo di arroganza: è un atto di tutela. Dichiarare il proprio percorso serve anche a prendere le debite distanze da chi si appropria di ruoli, visibilità o spazi senza averli costruiti o meritati. Non per giudicare, ma per proteggere il senso del gesto. Perché la scrittura, quando è professione, non si improvvisa: si costruisce, si verifica, si onora.

📰 Libertà di stampa e tutela della professione

In questi giorni, dopo l’attentato al giornalista di Report, si è tornati a parlare di libertà di stampa. Ma la libertà di stampa non è solo il diritto di raccontare: è anche il dovere di proteggere chi lo fa con competenza, etica e studio. Essere giornalisti non significa solo esporsi, piuttosto formarsi, verificare, costruire, rispettare. Eppure, troppo spesso, la professione viene svuotata da favoritismi all’italiana, dove il titolo è un favore e non un merito, che finisce per impoverire anche le parole. La tutela della libertà di stampa passa anche dalla tutela della professione: dal riconoscimento di chi scrive per mestiere, non per appartenenza.

La competenza non ha bisogno di permessi. Ha bisogno di voce. E anche di confini. Dichiarare il proprio percorso significa prendere posizione, e prendere posizione significa proteggere il senso del gesto. Perché oggi in questa professione che si svolge prettamente online, saturare la rete di parole e contenuti è anche una forma di inquinamento narrativo. Scrivere non è occupare spazio: è dare forma, misura, verità. E questo post vuole essere anche un appello a smorzare non solo i toni, ma soprattutto le arie. A tornare alle competenze certificate, all’autenticità, alla responsabilità, ai ruoli. Non al “va tutto bene”, ma allo “scrivo perché so, perché studio, perché approfondisco, perché rispetto”. Io continuo a seguire la mia strada, scegliendo strade e luoghi che mi somigliano, al di là dei logaritmi e delle dinamiche amicali, con la medesima passione di voler scrivere per e dentro la verità.

Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.” [Jorge Luis Borges, L’invenzione della poesia. Le lezioni americane]

Hai perso il post precedente? Eccolo: Non so cosa verrà, ma questa voce è mia


Alla prossima!




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