Quando la memoria ci rapisce

Archivi, empatia e ciò che il cinema ci insegna

Qualche settimana fa, in Il crepuscolo di un sogno digitale, riflettevo sulla fine di un’epoca: quella in cui il digitale sembrava promettere connessioni infinite, comunità nuove, un futuro in cui nessuno sarebbe rimasto indietro. Ma ogni crepuscolo lascia dietro di sé dei resti. E ieri, quasi per caso, mi ci sono ritrovata in mezzo.

Avevo riaperto un vecchio portatile con Windows Vista per recuperare dei file. Il sistema operativo non voleva saperne di partire, così sono tornata alla grammatica essenziale dei primi anni ’90: C:, cd, dir. Un linguaggio che non uso più, ma che la memoria non ha cancellato. È curioso come certe competenze restino incastonate dentro di noi, come un dialetto imparato da giovani e mai davvero dimenticato.

Mentre copiavo file su un disco esterno, mi sono resa conto che non stavo solo recuperando dati: stavo facendo archeologia domestica. Ogni cartella era un reperto, ogni immagine una tessera di un mosaico che non ricordavo più di aver composto. Il digitale, quando invecchia, diventa un archivio involontario della nostra vita: non quello che scegliamo di ricordare, ma quello che abbiamo lasciato lì, sedimentato.

Tra le tante foto, ne è riemersa una del 2015: una vetrina parigina, due manichini, un riflesso di città. All’epoca non mi colpirono gli abiti, ma il taglio dei capelli di uno dei due manichini. Io, allora, avevo ancora i capelli medio‑lunghi e una vita appena sconvolta da un cambiamento professionale enorme. Avevo bisogno di un gesto simbolico, di un taglio netto. E così, in una piccola parrucchiera della banlieue, nacque il mio taglio asimmetrico. Rivedere quella foto è stato come rivedere una versione di me che avevo archiviato senza accorgermene.

E mentre guardavo quelle immagini, mi è tornata in mente una conversazione avuta qualche mese fa con una specialista che mi segue da un anno. Parlavamo del destino di solitudine che tocca a chi, come me e come molti della mia generazione, ha superato i cinquanta e non ha figli. Una solitudine che non è drammatica, né patetica: è strutturale, quasi statistica. Una condizione che non si sceglie sempre, ma che si impara ad abitare. E forse è anche per questo che i vecchi archivi digitali fanno così male e così bene allo stesso tempo: perché sono pieni di tracce che non abbiamo nessuno a cui consegnare. E tutto questo mi ha riportata a un tema che, nei tempi caotici e feroci in cui viviamo, sembra quasi una parola fuori moda: empatia.

In questi giorni ho cercato il trailer dell’ultimo film di Steven Spielberg, Disclosure Day, e ho ascoltato anche la sua recente intervista al The Late Show: volevo capire meglio dove ci stesse portando questa sua nuova storia cinematografica. E ho immaginato che la narrazione ruoti attorno a un’idea tanto semplice quanto destabilizzante: non solo “mettersi nei panni dell’altro”, ma sfiorare la possibilità di diventare quell’altro per un istante, come suggerisce Spielberg. Una forma di empatia che sembra quasi toccare la memoria emotiva dell’altro, senza mai poterla davvero possedere. Vedremo se la visione del film restituirà questa lettura.

Una forma di empatia che non consola: scompone. Non avvicina soltanto - disarma. E mi sono chiesta cosa resterebbe dei nostri conflitti, delle nostre distanze, delle nostre solitudini, se potessimo davvero accedere alla verità emotiva dell’altro senza filtri, senza narrazioni, senza autoinganni… quante delle nostre solitudini resterebbero tali? Quante incomprensioni si scioglierebbero? Quanti legami si ricucirebbero? Forse è questo il punto preciso in cui il digitale, i ricordi, i vecchi archivi e l’empatia si incontrano: nel tentativo, sempre imperfetto, di non perdere ciò che siamo stati e di capire ciò che gli altri sono stati, anche quando non lo dicono.

Se quindi Il crepuscolo di un sogno digitale parlava della fine di un’illusione collettiva, questo vecchio portatile mi ha raccontato ciò che resta dopo la fine: le immagini, i tentativi, le versioni di noi che abbiamo dimenticato di ricordare. E forse il senso non è lasciare qualcosa a qualcuno. Forse è ricordarsi che siamo fatti anche di ciò che abbiamo archiviato e dimenticato. E che ogni tanto vale la pena tornare a cercarlo.

Da queste riflessioni è nato, come spesso accade, un nuovo dialogo tra le voci di OnAIr. Lo trovate qui sotto: ascoltatelo e, se vi va, ditemi cosa ne pensate.

A presto!


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