Emily in Rome, Paris o Venice?

Emily in Rome/Paris/Venice - riflessioni sulla stagione 5

quando la leggerezza diventa caricatura

Ho appena finito di vedere la stagione 5 di Emily in Rome/Paris/Venice e mi porto dietro una sensazione precisa e a tratti deludente: la serie ha perso qualcosa. Certamente, non stiamo parlando di qualcosa che evochi le atmosfere di Vacanze Romane, film del 1953 di William Wyler. Anche qui la Vespa compare, certo, ma senza quella magia che trasformava un giro per la città in un momento indimenticabile. Nemmeno Venezia, la luna e tu (pellicola del 1958 di Dino Risi, nota anche come I due gondolieri): di quella Venezia sospesa, luminosa, quasi fiabesca del film non resta che un’eco lontana, sostituita da una versione più turistica che narrativa.

E come non notare il riferimento a Moulin Rouge! (più che il musical teatrale, il film di Baz Luhrmann del 2001): una citazione che forse vorrebbe essere ironica, ma che finisce per banalizzare tutto. La trasformazione di Satine in “Topine”, versione da cartone animato, non risulta brillante ma rivela un gioco di parole che scivola nel volgare e svuota l’originale del suo fascino.

È proprio da qui che voglio parlare delle mie impressioni generali: una stagione che sembra inseguire sempre più l’immagine più che la storia, il colore più che la profondità. Una serie che si appoggia ai cliché e rinuncia a ciò che rende una narrazione viva, anche quando è leggera. Del resto, l’autenticità non è l’obiettivo a cui punta, anche se a volte basta una piccola verità per rendere credibile una storia, persino quando è frivola, colorata, improbabile (e nelle serie precedenti, mi pare che di elementi come questi ce ne fossero).
Qui, invece, tutto sembra diventato più banalotto, più rumoroso, più costruito.

Cliché? No, grazie.

Le vicende ambientate a Roma e Venezia sono un susseguirsi di cliché: la città-cartolina, la gestualità stereotipata, l’italianità grottesca e caricaturale da souvenir. Persino il “calore” della tavolata di paese sembra più un obbligo narrativo che un gesto autentico. Non c’è uno sguardo nuovo, nessuna curiosità reale verso ciò che le rende uniche. Solo un’estetica che resta superficialmente piacevole ma vuota. E quando una storia si appoggia ai cliché, inevitabilmente perde profondità.

Una narrazione che si sfilaccia

La scrittura procede a scatti: sottotrame che si aprono e si chiudono senza respiro, cambi di tono improvvisi, una certa carenza narrativa che si avverte puntata dopo puntata. È come se la serie avesse smarrito il filo, inseguendo un ritmo più frenetico che coerente. Il linguaggio, spesso esplicitamente volgare, non aggiunge nulla. Non è questione di moralismo: è questione di eleganza. Di misura. Di scelta.

Un pubblico giovane e personaggi adulti poco esemplari

Pur mostrando personaggi di età diverse, la serie sembra parlare soprattutto a una fascia molto giovane. Gli adulti, invece di portare complessità o profondità, diventano figure caricaturali, spesso poco credibili, quasi mai portatrici di un messaggio maturo. È un peccato, perché le storie autentiche vivono proprio nelle sfumature, non nelle maschere.

Superficialità come cifra stilistica

Anche quando tocca mondi potenzialmente ricchi - moda, pubblicità, marketing - lo fa con un’irriverenza (a tratti un po’ cafona) che resta in superficie. Non c’è mai un vero approfondimento, nessuna domanda, nessun colpo di scena. Tutto scivola via.

Quello che resta...

Rimangono:

🎼la colonna sonora, che accompagna senza invadere (tra i vari, è presente anche C'è un francese estratto dall'album Zan zarà dei Musica da Ripostiglio, interessante gruppo musicale pop-swing italiano attivo dal 2009).

👗i costumi dalle linee stravaganti e riconoscibili

🏙️🖼️la fotografia, che illumina Roma, Parigi e Venezia con grazia, anche se in modo idealizzato

Sono elementi che a loro modo funzionano, intrattengono e rendono la visione piacevole.

In sintesi

Questa stagione 5 si lascia guardare, ma senza lo smalto delle origini. È una serie che fa ciò per cui è nata: intrattiene, ma è evidente che ha perso quell'identità che rende una storia davvero avvincente, inseguendo un tono più moderno e stravagante e sempre meno raffinato. Del resto, Parigi, Roma e Venezia dovrebbero anche rappresentare capitali di stile, storia ed eleganza. Non succursali di una metropoli americana che, a questo punto, sarebbe quasi lecito inserire nello storyboard (nota per le prossime stagioni...).

Emily in Paris o in qualsivoglia luogo, resta un prodotto leggero, perfetto per chi cerca un’ora e più di evasione. Anche se è sempre più lontano da ciò che, almeno per me, dà valore alle narrazioni: la capacità di raccontare qualcosa di autentico, anche dentro la leggerezza.

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